In the Mood for Love [tit. orig. Fa yeung nin wa], Wong Kar-Wai (2000)

Hong Kong, anni ’60. Il signor Chow e la signora Chan si trasferiscono con i propri rispettivi coniugi in due appartamenti adiacenti. L’uomo e la donna si incontrano occasionalmente senza indugiare in lunghe conversazioni. La scoperta di un possibile tradimento da parte dei propri rispettivi coniugi (ad un certo punto del film probabilmente fuggiti insieme in Giappone), li porta a confrontarsi fino a sostituirsi del tutto con i rispettivi partner mancanti. Sostituzione che avviene sotto forma di una identificazione in particolare di Chow con il marito di Chan e talvolta di Chan con la moglie di Chow. Chow soffre meno il tradimento della moglie e finisce, forse proprio grazie a questo gioco delle parti, ad innamorarsi della donna che per vergogna e paura di tradire il marito rifiuterà le proposte dell’uomo.

Ne esce fuori un film delicato e fortemente psicologico. Carico di scelte registiche ben precise. E’ possibile citare ad esempio la scelta di lasciare i coniugi dei protagonisti sempre fuori campo, di non indugiare mai sugli altri personaggi evitandone spesso di farne dei primi piani o quella di una regia del tutto interessata a filmare la ripetizione gestuale dei personaggi. Tutto è centrato sui due protagonisti. Persino il tempo ne è soggiogato. Il montaggio frammenta il film caricandolo di ellissi.

Il carattere ellittico del film ci fa ritornare al punto precedente. Frammentando il tempo in una maniera così drastica, Kar-Wai, “essenzializza” l’intreccio cosa che gli permette lunghe sequenze dove apparentemente non avviene nulla se non una rappresentazione, come già detto, della gestualità dei protagonisti nella loro quotidianità ma anche la creazione di un carattere psicologico molto forte giocato sullo scambio di sguardi dei due. Esemplari sono le ripetute scene della donna che rientra a casa con del cibo precucinato. In queste scene la musica prende il sopravvento e ne accompagna la visione.

In the Mood for Love è senza dubbio un film molto notevole ma non da tutti egualmente apprezzabile. L’estremo sentimentalismo dell’opera può risultare non sempre gradito, anche se accompagnato da una regia particolarmente innovativa e interessante. Le lunghissime scene rallentate che intervallano tutta la narrazione tendono a sospendere del tutto l’intreccio causando in alcuni casi un leggero stato di noia.

VOTO: 7/10

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The Wrestler, Darren Aronofsky (2008)

– Non accanirti sulle gambe, bello! Lo fanno tutti quanti

– Si, ma che c’è di male?

– Va sul collo!

– No, no! Noi lavoriamo il collo.

– Non siamo abituati….

– Ah voi fate il collo?

– Lavoriamo il collo e le gambe.

– Che fate le gambe o il collo?

Una conversazione apparentemente insignificante e ridicola. I wrestlers preparano il loro show. L’organizzazione è massima e ci fa comprendere come uno spettacolo del genere abbia il proprio linguaggio al pari di quello teatrale e cinematografico. Il “work in progress” ci introduce un modo di coinvolgere e sorprendere lo spettatore meticolosamente preparato e che non prevede alcun tipo di ripetizione da un incontro all’altro. Questo, quindi, prevede una tavola rotonda nella quale i lottatori si confrontano, si consigliano diventando registi di se stessi e degli altri.

Randy “The Ram” Robinson è uno di loro. Dopo esser stato una grande celebrità negli anni ’80, in particolare grazie a un incontro contro l'”Ayatollah” che ebbe ascolti da record sul via cavo, incomincia a mostrare il suo declino dovuto a un fisico che non regge più la sua vita d’atleta.

La sua celebrità è ormai tramontata e rimane nella memoria della gente come una semplice icona del wrestling degli anni ’80; immortalato prima della morte come in una fotografia.

– Aspetta un attimo! Tu sei Randy “The Ram”.

– No…

– Il campione degli anni ’80.

Ram Jam! (mima l’atto di mostrare i muscoli)

– No…

– Impressionante. Sei il suo sosia.

– Si…

– Sei solo più vecchio.

Randy non demorde e insiste a continuare a lottare in incontri di bassa lega finchè non lo colpisce un infarto dopo un incontro particolarmente violento. La sua vita deve cambiare ed è costretto a rinunciare all’eccitazione masochistica dei suoi incontri dei quali porta, come marchiato, dei segni indelebili sul suo corpo.

The Wrestler è quindi un film particolarmente riuscito sul tema della sconfitta. La sconfitta di un uomo che è costretto a cambiare vita e ad accorgersi di non esserne capace.

VOTO: 8/10