Tokyo Sonata, Kyoshi Kurosawa (2008)

Quando un regista è legato a un genere come l’horror può risultare difficile riconsiderarlo in film di natura completamente differente se non opposta, soprattutto se tratta tematiche sociali. È il caso di registi come Takashi Miike o nel nostro caso, Kyoshi Kurosawa. Se l’esperimento va a buon fine si finisce col distaccarsi da un genere così ben circoscritto e restrittivo. Cosa che è accaduta per Miike che ha comunque da sempre spaziato creando opere dei generi più disparati (spesso mischiandoli tra loro) ma è riuscito ad affermarsi definitivamente al di fuori del j-horror e dello splatter solo negli ultimi anni sorprendendo più volte a Cannes.

Mentre però in Miike la matrice splatter è sempre in parte presente, per Kyoshi Kurosawa, conosciuto ai cultori del j-horror principalmente per Kairo (in occidente Pulse dal quale prenderà il nome il remake Hollywoodiano) la situazione è differente. Tokyo Sonata si configura in tutto e per tutto come un melodramma sulla crisi familiare.

La trama nella sua parte iniziale può ricordare il film di Silvio Soldini Giorni e Nuvole uscito proprio l’anno precedente. In Soldini vediamo un Antonio Albanese licenziato e costretto a nascondere inizialmente il suo licenziamento alla moglie. Lo stesso accade per Ryuhei che lo nasconde per lunghissimo tempo alla moglie, Megumi, e ai figli, Takashi e Kenji, fingendo di andare a lavoro. Si incontrerà ogni giorno con un amico, licenziato anch’egli a causa della nuova amministrazione cinese che subentrerà nell’azienda, in un parco di Tokyo dove prendono l’abitudine di mangiare alla mensa per i poveri.

Prima che venga scoperto dalla moglie inizia a creare dei sospetti diventando più severo con i figli in particolare con il piccolo Kenji al quale vieterà di prendere lezioni di pianoforte. Kenji si troverà costretto a usare i soldi per il pranzo scolastico per pagare un’insegnante di piano che esalterà le sue doti e ad esercitarsi a casa con una pianola rotta trovata tra i rifiuti. L’altro figlio Takashi lascerà la famiglia per arruolarsi nell’esercito americano.

Dopo aver trovato lavoro come inserviente in un centro commerciale, Ryuhei continuerà a nascondere la sua seconda vita alla moglie.

Una sera Megumi viene rapita da un ladro goffo e disperato (si tratta di Kôji Yakusho protagonista di Acqua tiepida sotto un ponte rosso) anch’egli licenziato e senza lavoro, che la obbligherà a guidare un’auto rubata. Megumi, durante il tragitto, chiederà di andare in bagno e entrata nel centro commerciale dove lavora Ryuhei lo scoprirà senza avere alcuna reazione in quanto lo sospettava da tempo (lui però scapperà animatamente). Megumi sorprendendo il ladro ritornerà.

A questo punto la famiglia sarà del tutto disgregata. I suoi membri sparsi per le strade di Tokyo e la casa vuota.

Ne esce fuori un’opera con una buona dose di critica sociale sulla disgregazione familiare e la perdita della sicurezza economica. Questo fa pensare a quanto il problema della crisi economica si faccia sentire in Giappone portando il cinema a trattarne le tematiche come accadeva in America negli anni ’20 o nei periodi del dopoguerra in Italia (con il neorealismo rosa e non) e nel Giappone stesso (come abbiamo visto in Bangiku di Mikio Naruse)

VOTO 7/10

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President’s Last Bang [tit. orig. Geudttae Geusaramdeul], Im Sang-Soo (2005)

Opera controversa in patria, The President’s Last Bang, racconta l’assassinio del presidente coreano Park Chung-Hee. Lo schermo nero prolungato che anticipa l’inizio del film non è una stravagante scelta stilistica, ma il risultato di una causa giudiziaria. Nel 2005 l’unico figlio del vecchio presidente, Park Ji-Man, fece aprire una causa dalla Corte Centrale di Seul che decretò la sostituzione del ritratto del presidente Park che anticipava il film, costituito da scene di carattere documentaristico, con uno schermo nero. Furono quindi rimossi 3 minuti e 50 secondi di immagini di carattere documentaristico perché inducevano a pensare che il film fosse storicamente realistico. La causa ne anticipò la prima uscita e quindi sia a livello nazionale che internazionale questa introduzione non fu vista da nessuno.

[Nella versione sottotitolata che ho visionato, sullo schermo nero appaiono dei sottotitoli in italiano. Ho notato che quelli in coreano erano assenti nonostante fossero presenti in altri momenti del film. Questi sottotitoli contestualizzano brevemente la situazione politica della Corea del Sud di fine anni 70 identificando il presidente Park come un “quasi-dittatore”].

Il titolo del film è da intendersi, a mio parere, come un gioco di parole. Giocando sulle voci che accusavano il presidente Park di effettuare tipi di orge chiamati Gang Bang, una lettura è possibilmente questa, mentre l’altra fa probabilmente riferimento alla morte per colpo di una pistola.

Fin dalle prime immagini ci viene presentato il clima oppressivo della Seul del ’79. Dopo aver intrattenuto sessualmente il presidente, una giovane donna si presenta con la propria madre nella “Casa Blu” (la casa presidenziale). È la madre a parlare. Cercano di ottenere dei favori dal presidente non necessariamente di carattere monetario, la donna allude senza specificare. L’agente capo della KCIA (Korean Central Intelligence Agency) interviene cacciandole in malo modo (le abbandonerà su una strada indefinita di Seul). La “Casa Blu” in queste prime immagini ci viene presentata come un qualcosa tra un bordello e la casa di Playboy.

Il ritratto del presidente Park che si evince dal film è quindi quello di un uomo solo che ama farsi intrattenere da una moltitudine di donne; che preferiva spesso identificarsi con la cultura giapponese, amandone la musica e spesso usandone la lingua.

L’altro ritratto interessante all’interno del film è quello del probabile vero protagonista, il direttore della KCIA Kim Jaegyu. Il direttore Kim è un caro amico del presidente. Si preoccupa continuamente nel soddisfarlo in tutti i modi. Una gag del film lo vedrà, chiacchierando con il suo autista, preoccupato del suo alito cattivo che il presidente ha dovuto sopportare per molti anni. È la frustrazione a spingere quest’uomo al delirio. Dopo essere accusato di non opprimere sufficientemente la popolazione, decide di attuare l’assassinio che da tanto tempo con i suoi sottoposti aveva programmato. Anche se rivendicherà la sua azione per un futuro democratico, questa motivazione risulterà facilmente allo spettatore come una maschera della frustrazione di Kim.

Il film è senza dubbio particolarmente interessante. La posizione del regista è ben visibile e anche se può essere accusato di non essersi basato su fonti attendibili ha creato una rilettura delle vicende psicologicamente profonda e ben costruita. Dopotutto ogni mezzo mediatico è buono per distruggere l’immagine di un vecchio “quasi-dittatore”.

VOTO 8/10

Bangiku, Mikio Naruse (1954)

Basato su tre racconti brevi di Fumiko Hayakashi, Bangiku (letteralmente: Tardo Crisantemo) è la storia di tre ex-geishe del Giappone del dopoguerra.

Kin vive sola con una domestica sordomuta. È cinica e la sua occupazione è dare denaro in prestito. Tamae e Tomi sono indebitate nei suoi confronti. Tomi vive con la figlia, che presto la lascerà dopo aver trovato marito. È ossessionata dal pachinko; probabilmente la causa del suo debito nei confronti di Kin. Tamae vive con il figlio (anch’egli la lascerà dopo aver trovato una ricca donna più anziana di lui e un lavoro) e soffre di una forte emicrania.

La storia di Kin è sicuramente quella più presente all’interno del film. Riceverà la lettera di un vecchio amante, Tabe, che sembrerà cambiarla drasticamente di umore. La sua diffidenza e scontrosità è data dalle sue delusioni amorose in particolare di un soldato in Manciuria che tentò di ucciderla e suicidarsi. Uomo che busserà alla sua porta soltanto per chiederle soldi.

La struttura narrativa fonde alla perfezione le vicende che solo nella parte finale del film, l’incontro di Tabe e Kin e l’ubriacatura deli Tamae e Tomi ormai sole, ci verranno presentate con montaggio alternato dando quindi all’intera opera “un doppio finale drammatico”.

Finale che nel caso di Tamae e Tomi verrà sdrammatizzato da un anti-climax tipico di Naruse e del suo atteggiamento mono no aware che lo accomuna a Yasujiro Ozu.

L’incontro tra Tabe e Kin mostra un interessante scelta stilistica. Kin presentata fino ad ora come la più chiusa, cinica e tagliente si aprirà intimamente allo spettatore con il suo voice-over di commento che ci mostra le sue debolezze e aspettative per l’uomo che un tempo aveva amato.

Intrecciando i racconti Naruse riesce magistralmente a mostrarci tre possibili situazioni economiche e sentimentali nelle quali potevano trovarsi le ex-geishe del periodo. Probabilmente l’opera non possiede la stessa forza e potenza di pathos e realtà sociale rappresentata che incontreremo in film successivi come Onna ga kaidan wo agaru toki (letteralmente: Quando una donna sale le scale) dove la metafora che dà il nome al film inquadra l’incertezza economica della protagonista anch’essa donna di mezza età con un passato da geisha e con il sogno di avere un bar per il quale si indebiterà. Resta comunque un film di discreta bellezza.

Voto 7/10

Muriel. Il tempo di un ritorno [tit. orig. Muriel ou Le temps d’un retour] Alain Resnais (1963)

Boulogne-sur-Mer è una città situata nel nord della Francia. Bombardata durante la seconda guerra mondiale si mostra come un ibrido tra vecchio e nuovo (essendo per metà ricostruita) e un po’ come un limbo per i personaggi di questo film, impossibilitati a fuggire al proprio passato.

È proprio il passato a intervenire e invadere il presente. Alphonse, un vecchio amante di Hélène decide di raggiungerla a soggiornare da lei per qualche giorno (secondo la sceneggiatura originale sono 15 giorni, ovvero il tempo che scorre all’interno del film, nonostante non ce ne sia alcun riferimento esplicito). Questo amore romantico distrutto da una distanza causata in parte dalla guerra ha grosse difficoltà a riaccendersi a causa delle menzogne, gli appuntamenti mancati e un passato sempre presente e mai del tutto spento.

La mente traumatizzata di Hélène è metaforizzata dalla sua stessa casa. Il suo mestiere di antiquaria ci aiuta identificarla con il suo legame con il passato. Durante tutto il film la casa “cambierà forma” e ci sarà difficile orientarci al suo interno e trovare dei punti di riferimento. I mobili sono in continuo spostamento, in parte giustificato dal mestiere di Hélène che vende i suoi mobili antichi all’interno della casa e in parte ironizzato più che da lei stessa, dal film che fa continui riferimenti autoreferenziali:

Hélène: Mi dovete scusare per la casa. Ancora dopo due anni non sono riuscita a metterla a posto

La casa come la mente della protagonista; impossibile da vedere e comprendere nella sua completezza è una pratica non nuova in Resnais. In L’anno scorso a Marienbad la stanza di A mutava le posizioni della mobilia a seconda del suo stato d’animo.

Con Hélène convive Bernard, figlio dell’ultimo marito di lei. Bernard è reduce della guerra di Algeria. Ama in una maniera un po’ fredda Marie-Do, ed è ossessionato da una ragazza di nome Muriel.

Muriel è una metonimia o come direbbero i seguaci di Freud, uno spostamento. Rappresenta la mente traumatizzata di Bernard (non a caso Hélène rimarrà convinta che questo sia il nome della sua ragazza della quale non conosce altro) e che quindi ci viene mostrato come legato a un’ossessione.

Ma, chi era Muriel?

Una donna torturata a morte in Algeria da Bernard stesso e dai suoi commilitoni, tra i quali vi era Robert, accusato da Bernard di aver occultato il cadavere. Robert cerca in più modi di togliere questa fissazione dal suo ex-commilitone invano, probabilmente per interessi personali.

Il film è composto da due blocchi narrativi. Il primo e l’ultimo giorno del soggiorno di Alphonse. Il tempo che scorre è un montaggio veloce tra giochi autoreferenziali, dialoghi diegetici con il filo narrativo e altri completamente estranei o insignificanti.

“Viva la Nouvelle Vague” si sente urlare da una finestra. Bernard è in strada e si gira completamente stranito.

Cosa è, quindi, Muriel. Il tempo di un ritorno?

È un film saggio di altissima qualità sul tema della memoria. Tema che Resnais aveva già trattato in maniera differente in Hiroshima mon amour e L’anno scorso a Marienbad.

Senza dubbio un capolavoro, un viaggio nelle menti traumatizzate dalle guerre, ma sicuramente non di immediata comprensione.

VOTO 9/10