Thirst, [tit. orig. Bakjwi], Park Chan-wook, (2009)

Chi non aveva mai pensato di rileggere un celebre romanzo di Émile Zola in chiave vampiresca? Di certo non Park Chan-wook. Teresa Raquin, il romanzo di Zola in questione, è la storia di un omicidio architettato da una coppia di amanti. Il film mantiene l’ossatura del romanzo senza cambiare in alcun modo i punti centrali. L’unico sconvolgimento riguarda il protagonista maschile.

Sang-hyun è un prete cattolico. Desideroso di aiutare, si sottopone ai test per il vaccino di EV (Emmanuel Virus), una malattia visivamente simile alla lebbra, ma ne rimarrà infettato rischiando la morte. Una guarigione inaspettata gli permette di tornare in patria osannato come un santo al quale in molti chiederanno un miracolo. Tra questi incontri, un vecchio amico d’infanzia, Kang-woo, presto lo ospiterà nella sua casa, dove vive con la madre, la signora Ra, e la moglie, Tae-ju.

Dopo aver scoperto di esser diventato un vampiro a causa di una trasfusione di sangue sconosciuto, che l’ha salvato dall’EV, Sang-hyun si renderà conto di avere degli altri bisogni che non può controllare e che non conciliano con la sua vita religiosa. Rimane attratto sessualmente da Tae-ju, con la quale in seguito architetterà la morte di Kang-woo, che riapparirà in seguito come fantasma, tormentando la nuova coppia.

Thirst nonostante tutto non è un horror. È un dramma sicuramente ben costruito che mischia elementi eterogenei come ormai ci ha abituato il regista coreano. Questa soluzione però non sempre convince. I vampiri sicuramente non sono simpatici a tutti e vedendo il protagonista dotato di una superforza e di salti da supereroe ci si trova davanti ad elementi che “aggiungono del trash” a un dramma che sarebbe funzionato bene senza questo elemento. Inserire “elementi trash” in un film di indubbia qualità è ormai una pratica che molti registi “post-moderni” adottano ma soprattutto quelli orientali e Park Chan-wook in particolare. Dopotutto l’ha sempre fatto ma questa volta non è detto che convinca in molti.

VOTO: 5/10

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Gli amanti crocifissi [tit. orig. Chikamatsu monogatari] Kenji Mizoguchi, (1954)

I servitori di Ishun, Primo Stampatore dell’Impero Giapponese, terminano gli ultimi calendari commissionati dall’imperatore e i suoi ministri. O-tama viene ripetutamente importunata da Ishun che le promette ricchezze in cambio di un concubinaggio. La donna per liberarsi del pretendente afferma di aver promesso la sua mano a Mohei, un pittore di pergamene anch’egli dipendente di Ishun. Intanto, O-san, la moglie di Ishun, riceve una richiesta di prestito dal fratello e la madre. Conoscendo l’avarizia del marito chiederà la somma di denaro a Mohei che tenterà di truffare la società manomettendone i bilanci. Riconoscendo il suo errore e con la paura di essere scoperto lo ammetterà subito al padrone.

Un concatenarsi di incomprensioni porterà Ishun a sospettare una tresca amorosa tra Mohei e O-san che scapperanno dalla casa con la paura di essere catturati e crocifissi pubblicamente.

Mizoguchi porta in pellicola una delle più sublimi opere Bunraku (il teatro delle marionette giapponesi) del drammaturgo Chikamatsu Monzaemon, considerato in Occidente come lo Shakespeare d’Oriente.

Ciò che terrorizza ogni uomo o donna nella società giapponese  del periodo Edo è la perdita dell’onore in particolare se causata da un familiare. L’unica via di fuga per salvare la famiglia è un hara-kiri come ammissione di colpa. O-san fuggita con Mohei diffonderà il disonore nella casata di Ishun e in quella della sua madre. Ishun tenterà più volte di trovare i due, che in seguito si scopriranno realmente amanti, prima delle guardie dell’imperatore con l’intento di separarli e far arrestare solo Mohei evitando così di perdere grazie al disonore l’incarico di Primo Stampatore.

Tema caro a Mizoguchi, quello dell’adulterio come trasgressione della legge, già visto ad esempio nel pregevole “O-Haru Donna Galante”; o più in specifico, quello della sessualità femminile oltre il limite della legge come nel caso dell’ultimo film “mizoguchiano”: “La Strada della Vergogna”. La condizione della sessualità femminile, distruttrice come uno tsunami carico di vergogna, diventa simbolo di sottomissione e incatenamento a una società fondata sul potere maschile dove Ishun avrà piena libertà di intrattenersi con le sue gheishe senza scatenare quella meccanica del disonore che da O-san travolgerà egli stesso.

Mizoguchi conosciuto in Occidente come il regista degli ampi movimenti di macchina, del realismo e della composizione scenica impeccabile, opta in questo film a una regia più statica. Questa scelta risulta chiara conoscendo le origini teatrali dell’opera che anche nella colonna sonora e la recitazione stilizzata il regista tiene a ricordare.

Nonostante questo, il film riesce a dare un’impressione di realismo sbalorditiva capace di coinvolgere emotivamente lo spettatore e anche di far comprendere in pieno il ruolo della donna in una società così strutturata.

8/10

I’m a Cyborg but that’s ok, [tit. orig. Ssaibogeujiman gwaenchanha], Park Chan-wook, (2006)

Cha Young-goon: Mom, I think I’m a cyborg.
Young-goon’s mother: …What is that?
Cha Young-goon: I think it’s kind of… like a robot?
Young-goon’s mother: …Have you missed your period? Because you’re a ‘sy-bor’?

Durante una giornata di lavoro in fabbrica, Young-goon, compie un tentato suicidio infilandosi dei cavi elettrici al polso. La ragazza, convinta di essere un cyborg fin da piccola, che riconosce in quel gesto compiuto il tentativo di ricaricare le proprie batterie, viene rinchiusa in un manicomio. Il ricordo della propria nonna portata via dai “camici bianchi”, in quanto anch’essa colpita da una malattia mentale, provocherà in Young-goon un desiderio di vendetta.

Il punto di vista del film è quello dei malati del manicomio. Questo ha permesso a Park Chan-wook di creare un universo tra l’onirico e il fantastico dove ogni personaggio con le proprie ossessioni e fantasie finisce per possedere quasi dei poteri magici, come il volare sfregando della calze di lana, l’abilità di rubare i sentimenti, quello di trasferire i propri poteri/malattie/sentimenti di persona in persona o lo spararare proiettili dalle dita della Young-goon/cyborg.

“I’m a cyborg but that’s ok” è anche una storia d’amore. Quella tra Young-goon e Il-soon. Il-soon è un ladro molto abile. Dimostra tutta la sua abilità quando afferma di aver rubato il Giovedì. Young-goon gli chiederà di rubarle la compassione che non le permette di uccidere i camici bianchi. Una volta trasferita, Il-soon, proverà compassione nei confronti della ragazza architettando un modo per farle mangiare il riso invece di “alimentarsi” tramite una radio a transistor.

La violenza tanto cara al regista coreano appare qui mascherata da una vivacità visiva che fa assomigliare il massacro immaginato da Young-goon a una festa di carnevale.

Non ci troviamo di fronte a un capolavoro come Old Boy o Lady Vendetta, i quali fecero conoscere Chan-wook al pubblico internazionale, ma davanti a un film piacevole che ci presenta il mondo da un punto di vista che tende a “favolizzarlo”.

VOTO 6/10