Thirst, [tit. orig. Bakjwi], Park Chan-wook, (2009)

Chi non aveva mai pensato di rileggere un celebre romanzo di Émile Zola in chiave vampiresca? Di certo non Park Chan-wook. Teresa Raquin, il romanzo di Zola in questione, è la storia di un omicidio architettato da una coppia di amanti. Il film mantiene l’ossatura del romanzo senza cambiare in alcun modo i punti centrali. L’unico sconvolgimento riguarda il protagonista maschile.

Sang-hyun è un prete cattolico. Desideroso di aiutare, si sottopone ai test per il vaccino di EV (Emmanuel Virus), una malattia visivamente simile alla lebbra, ma ne rimarrà infettato rischiando la morte. Una guarigione inaspettata gli permette di tornare in patria osannato come un santo al quale in molti chiederanno un miracolo. Tra questi incontri, un vecchio amico d’infanzia, Kang-woo, presto lo ospiterà nella sua casa, dove vive con la madre, la signora Ra, e la moglie, Tae-ju.

Dopo aver scoperto di esser diventato un vampiro a causa di una trasfusione di sangue sconosciuto, che l’ha salvato dall’EV, Sang-hyun si renderà conto di avere degli altri bisogni che non può controllare e che non conciliano con la sua vita religiosa. Rimane attratto sessualmente da Tae-ju, con la quale in seguito architetterà la morte di Kang-woo, che riapparirà in seguito come fantasma, tormentando la nuova coppia.

Thirst nonostante tutto non è un horror. È un dramma sicuramente ben costruito che mischia elementi eterogenei come ormai ci ha abituato il regista coreano. Questa soluzione però non sempre convince. I vampiri sicuramente non sono simpatici a tutti e vedendo il protagonista dotato di una superforza e di salti da supereroe ci si trova davanti ad elementi che “aggiungono del trash” a un dramma che sarebbe funzionato bene senza questo elemento. Inserire “elementi trash” in un film di indubbia qualità è ormai una pratica che molti registi “post-moderni” adottano ma soprattutto quelli orientali e Park Chan-wook in particolare. Dopotutto l’ha sempre fatto ma questa volta non è detto che convinca in molti.

VOTO: 5/10

I’m a Cyborg but that’s ok, [tit. orig. Ssaibogeujiman gwaenchanha], Park Chan-wook, (2006)

Cha Young-goon: Mom, I think I’m a cyborg.
Young-goon’s mother: …What is that?
Cha Young-goon: I think it’s kind of… like a robot?
Young-goon’s mother: …Have you missed your period? Because you’re a ‘sy-bor’?

Durante una giornata di lavoro in fabbrica, Young-goon, compie un tentato suicidio infilandosi dei cavi elettrici al polso. La ragazza, convinta di essere un cyborg fin da piccola, che riconosce in quel gesto compiuto il tentativo di ricaricare le proprie batterie, viene rinchiusa in un manicomio. Il ricordo della propria nonna portata via dai “camici bianchi”, in quanto anch’essa colpita da una malattia mentale, provocherà in Young-goon un desiderio di vendetta.

Il punto di vista del film è quello dei malati del manicomio. Questo ha permesso a Park Chan-wook di creare un universo tra l’onirico e il fantastico dove ogni personaggio con le proprie ossessioni e fantasie finisce per possedere quasi dei poteri magici, come il volare sfregando della calze di lana, l’abilità di rubare i sentimenti, quello di trasferire i propri poteri/malattie/sentimenti di persona in persona o lo spararare proiettili dalle dita della Young-goon/cyborg.

“I’m a cyborg but that’s ok” è anche una storia d’amore. Quella tra Young-goon e Il-soon. Il-soon è un ladro molto abile. Dimostra tutta la sua abilità quando afferma di aver rubato il Giovedì. Young-goon gli chiederà di rubarle la compassione che non le permette di uccidere i camici bianchi. Una volta trasferita, Il-soon, proverà compassione nei confronti della ragazza architettando un modo per farle mangiare il riso invece di “alimentarsi” tramite una radio a transistor.

La violenza tanto cara al regista coreano appare qui mascherata da una vivacità visiva che fa assomigliare il massacro immaginato da Young-goon a una festa di carnevale.

Non ci troviamo di fronte a un capolavoro come Old Boy o Lady Vendetta, i quali fecero conoscere Chan-wook al pubblico internazionale, ma davanti a un film piacevole che ci presenta il mondo da un punto di vista che tende a “favolizzarlo”.

VOTO 6/10

President’s Last Bang [tit. orig. Geudttae Geusaramdeul], Im Sang-Soo (2005)

Opera controversa in patria, The President’s Last Bang, racconta l’assassinio del presidente coreano Park Chung-Hee. Lo schermo nero prolungato che anticipa l’inizio del film non è una stravagante scelta stilistica, ma il risultato di una causa giudiziaria. Nel 2005 l’unico figlio del vecchio presidente, Park Ji-Man, fece aprire una causa dalla Corte Centrale di Seul che decretò la sostituzione del ritratto del presidente Park che anticipava il film, costituito da scene di carattere documentaristico, con uno schermo nero. Furono quindi rimossi 3 minuti e 50 secondi di immagini di carattere documentaristico perché inducevano a pensare che il film fosse storicamente realistico. La causa ne anticipò la prima uscita e quindi sia a livello nazionale che internazionale questa introduzione non fu vista da nessuno.

[Nella versione sottotitolata che ho visionato, sullo schermo nero appaiono dei sottotitoli in italiano. Ho notato che quelli in coreano erano assenti nonostante fossero presenti in altri momenti del film. Questi sottotitoli contestualizzano brevemente la situazione politica della Corea del Sud di fine anni 70 identificando il presidente Park come un “quasi-dittatore”].

Il titolo del film è da intendersi, a mio parere, come un gioco di parole. Giocando sulle voci che accusavano il presidente Park di effettuare tipi di orge chiamati Gang Bang, una lettura è possibilmente questa, mentre l’altra fa probabilmente riferimento alla morte per colpo di una pistola.

Fin dalle prime immagini ci viene presentato il clima oppressivo della Seul del ’79. Dopo aver intrattenuto sessualmente il presidente, una giovane donna si presenta con la propria madre nella “Casa Blu” (la casa presidenziale). È la madre a parlare. Cercano di ottenere dei favori dal presidente non necessariamente di carattere monetario, la donna allude senza specificare. L’agente capo della KCIA (Korean Central Intelligence Agency) interviene cacciandole in malo modo (le abbandonerà su una strada indefinita di Seul). La “Casa Blu” in queste prime immagini ci viene presentata come un qualcosa tra un bordello e la casa di Playboy.

Il ritratto del presidente Park che si evince dal film è quindi quello di un uomo solo che ama farsi intrattenere da una moltitudine di donne; che preferiva spesso identificarsi con la cultura giapponese, amandone la musica e spesso usandone la lingua.

L’altro ritratto interessante all’interno del film è quello del probabile vero protagonista, il direttore della KCIA Kim Jaegyu. Il direttore Kim è un caro amico del presidente. Si preoccupa continuamente nel soddisfarlo in tutti i modi. Una gag del film lo vedrà, chiacchierando con il suo autista, preoccupato del suo alito cattivo che il presidente ha dovuto sopportare per molti anni. È la frustrazione a spingere quest’uomo al delirio. Dopo essere accusato di non opprimere sufficientemente la popolazione, decide di attuare l’assassinio che da tanto tempo con i suoi sottoposti aveva programmato. Anche se rivendicherà la sua azione per un futuro democratico, questa motivazione risulterà facilmente allo spettatore come una maschera della frustrazione di Kim.

Il film è senza dubbio particolarmente interessante. La posizione del regista è ben visibile e anche se può essere accusato di non essersi basato su fonti attendibili ha creato una rilettura delle vicende psicologicamente profonda e ben costruita. Dopotutto ogni mezzo mediatico è buono per distruggere l’immagine di un vecchio “quasi-dittatore”.

VOTO 8/10