Gli amanti crocifissi [tit. orig. Chikamatsu monogatari] Kenji Mizoguchi, (1954)

I servitori di Ishun, Primo Stampatore dell’Impero Giapponese, terminano gli ultimi calendari commissionati dall’imperatore e i suoi ministri. O-tama viene ripetutamente importunata da Ishun che le promette ricchezze in cambio di un concubinaggio. La donna per liberarsi del pretendente afferma di aver promesso la sua mano a Mohei, un pittore di pergamene anch’egli dipendente di Ishun. Intanto, O-san, la moglie di Ishun, riceve una richiesta di prestito dal fratello e la madre. Conoscendo l’avarizia del marito chiederà la somma di denaro a Mohei che tenterà di truffare la società manomettendone i bilanci. Riconoscendo il suo errore e con la paura di essere scoperto lo ammetterà subito al padrone.

Un concatenarsi di incomprensioni porterà Ishun a sospettare una tresca amorosa tra Mohei e O-san che scapperanno dalla casa con la paura di essere catturati e crocifissi pubblicamente.

Mizoguchi porta in pellicola una delle più sublimi opere Bunraku (il teatro delle marionette giapponesi) del drammaturgo Chikamatsu Monzaemon, considerato in Occidente come lo Shakespeare d’Oriente.

Ciò che terrorizza ogni uomo o donna nella società giapponese  del periodo Edo è la perdita dell’onore in particolare se causata da un familiare. L’unica via di fuga per salvare la famiglia è un hara-kiri come ammissione di colpa. O-san fuggita con Mohei diffonderà il disonore nella casata di Ishun e in quella della sua madre. Ishun tenterà più volte di trovare i due, che in seguito si scopriranno realmente amanti, prima delle guardie dell’imperatore con l’intento di separarli e far arrestare solo Mohei evitando così di perdere grazie al disonore l’incarico di Primo Stampatore.

Tema caro a Mizoguchi, quello dell’adulterio come trasgressione della legge, già visto ad esempio nel pregevole “O-Haru Donna Galante”; o più in specifico, quello della sessualità femminile oltre il limite della legge come nel caso dell’ultimo film “mizoguchiano”: “La Strada della Vergogna”. La condizione della sessualità femminile, distruttrice come uno tsunami carico di vergogna, diventa simbolo di sottomissione e incatenamento a una società fondata sul potere maschile dove Ishun avrà piena libertà di intrattenersi con le sue gheishe senza scatenare quella meccanica del disonore che da O-san travolgerà egli stesso.

Mizoguchi conosciuto in Occidente come il regista degli ampi movimenti di macchina, del realismo e della composizione scenica impeccabile, opta in questo film a una regia più statica. Questa scelta risulta chiara conoscendo le origini teatrali dell’opera che anche nella colonna sonora e la recitazione stilizzata il regista tiene a ricordare.

Nonostante questo, il film riesce a dare un’impressione di realismo sbalorditiva capace di coinvolgere emotivamente lo spettatore e anche di far comprendere in pieno il ruolo della donna in una società così strutturata.

8/10

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Tokyo Sonata, Kyoshi Kurosawa (2008)

Quando un regista è legato a un genere come l’horror può risultare difficile riconsiderarlo in film di natura completamente differente se non opposta, soprattutto se tratta tematiche sociali. È il caso di registi come Takashi Miike o nel nostro caso, Kyoshi Kurosawa. Se l’esperimento va a buon fine si finisce col distaccarsi da un genere così ben circoscritto e restrittivo. Cosa che è accaduta per Miike che ha comunque da sempre spaziato creando opere dei generi più disparati (spesso mischiandoli tra loro) ma è riuscito ad affermarsi definitivamente al di fuori del j-horror e dello splatter solo negli ultimi anni sorprendendo più volte a Cannes.

Mentre però in Miike la matrice splatter è sempre in parte presente, per Kyoshi Kurosawa, conosciuto ai cultori del j-horror principalmente per Kairo (in occidente Pulse dal quale prenderà il nome il remake Hollywoodiano) la situazione è differente. Tokyo Sonata si configura in tutto e per tutto come un melodramma sulla crisi familiare.

La trama nella sua parte iniziale può ricordare il film di Silvio Soldini Giorni e Nuvole uscito proprio l’anno precedente. In Soldini vediamo un Antonio Albanese licenziato e costretto a nascondere inizialmente il suo licenziamento alla moglie. Lo stesso accade per Ryuhei che lo nasconde per lunghissimo tempo alla moglie, Megumi, e ai figli, Takashi e Kenji, fingendo di andare a lavoro. Si incontrerà ogni giorno con un amico, licenziato anch’egli a causa della nuova amministrazione cinese che subentrerà nell’azienda, in un parco di Tokyo dove prendono l’abitudine di mangiare alla mensa per i poveri.

Prima che venga scoperto dalla moglie inizia a creare dei sospetti diventando più severo con i figli in particolare con il piccolo Kenji al quale vieterà di prendere lezioni di pianoforte. Kenji si troverà costretto a usare i soldi per il pranzo scolastico per pagare un’insegnante di piano che esalterà le sue doti e ad esercitarsi a casa con una pianola rotta trovata tra i rifiuti. L’altro figlio Takashi lascerà la famiglia per arruolarsi nell’esercito americano.

Dopo aver trovato lavoro come inserviente in un centro commerciale, Ryuhei continuerà a nascondere la sua seconda vita alla moglie.

Una sera Megumi viene rapita da un ladro goffo e disperato (si tratta di Kôji Yakusho protagonista di Acqua tiepida sotto un ponte rosso) anch’egli licenziato e senza lavoro, che la obbligherà a guidare un’auto rubata. Megumi, durante il tragitto, chiederà di andare in bagno e entrata nel centro commerciale dove lavora Ryuhei lo scoprirà senza avere alcuna reazione in quanto lo sospettava da tempo (lui però scapperà animatamente). Megumi sorprendendo il ladro ritornerà.

A questo punto la famiglia sarà del tutto disgregata. I suoi membri sparsi per le strade di Tokyo e la casa vuota.

Ne esce fuori un’opera con una buona dose di critica sociale sulla disgregazione familiare e la perdita della sicurezza economica. Questo fa pensare a quanto il problema della crisi economica si faccia sentire in Giappone portando il cinema a trattarne le tematiche come accadeva in America negli anni ’20 o nei periodi del dopoguerra in Italia (con il neorealismo rosa e non) e nel Giappone stesso (come abbiamo visto in Bangiku di Mikio Naruse)

VOTO 7/10

Bangiku, Mikio Naruse (1954)

Basato su tre racconti brevi di Fumiko Hayakashi, Bangiku (letteralmente: Tardo Crisantemo) è la storia di tre ex-geishe del Giappone del dopoguerra.

Kin vive sola con una domestica sordomuta. È cinica e la sua occupazione è dare denaro in prestito. Tamae e Tomi sono indebitate nei suoi confronti. Tomi vive con la figlia, che presto la lascerà dopo aver trovato marito. È ossessionata dal pachinko; probabilmente la causa del suo debito nei confronti di Kin. Tamae vive con il figlio (anch’egli la lascerà dopo aver trovato una ricca donna più anziana di lui e un lavoro) e soffre di una forte emicrania.

La storia di Kin è sicuramente quella più presente all’interno del film. Riceverà la lettera di un vecchio amante, Tabe, che sembrerà cambiarla drasticamente di umore. La sua diffidenza e scontrosità è data dalle sue delusioni amorose in particolare di un soldato in Manciuria che tentò di ucciderla e suicidarsi. Uomo che busserà alla sua porta soltanto per chiederle soldi.

La struttura narrativa fonde alla perfezione le vicende che solo nella parte finale del film, l’incontro di Tabe e Kin e l’ubriacatura deli Tamae e Tomi ormai sole, ci verranno presentate con montaggio alternato dando quindi all’intera opera “un doppio finale drammatico”.

Finale che nel caso di Tamae e Tomi verrà sdrammatizzato da un anti-climax tipico di Naruse e del suo atteggiamento mono no aware che lo accomuna a Yasujiro Ozu.

L’incontro tra Tabe e Kin mostra un interessante scelta stilistica. Kin presentata fino ad ora come la più chiusa, cinica e tagliente si aprirà intimamente allo spettatore con il suo voice-over di commento che ci mostra le sue debolezze e aspettative per l’uomo che un tempo aveva amato.

Intrecciando i racconti Naruse riesce magistralmente a mostrarci tre possibili situazioni economiche e sentimentali nelle quali potevano trovarsi le ex-geishe del periodo. Probabilmente l’opera non possiede la stessa forza e potenza di pathos e realtà sociale rappresentata che incontreremo in film successivi come Onna ga kaidan wo agaru toki (letteralmente: Quando una donna sale le scale) dove la metafora che dà il nome al film inquadra l’incertezza economica della protagonista anch’essa donna di mezza età con un passato da geisha e con il sogno di avere un bar per il quale si indebiterà. Resta comunque un film di discreta bellezza.

Voto 7/10

Acqua tiepida sotto un ponte rosso [tit. orig. Akai hashi no shita no nurui mizu], Shôhei Imamura (2001)

Akai hashi no shita no nurui mizu

Nella mia vita non c’è mai stato niente di drammatico.

Sarei anche andato avanti così per sempre… nella noia e nella normalità.

Ma poi è fallita l’azienda per cui lavoravo e allora ho capito che tutto era un’illusione: il lavoro, la famiglia… tutto quello in cui credevo non era altro che il frutto della mia convinzione.

[Yosuke confida a Saeko]

Vittima di una società banale e automatizzata, a Yosuke, dopo aver perso il suo lavoro, viene offerta un’alternativa. Un amico clochard gli confida prima di morire di un tesoro che lasciò dopo la guerra in una casa vicino a un ponte rosso nel villaggio di Tokoyama. L’uomo, ignorando le richieste della moglie di inviarle i soldi della disoccupazione, si reca nel villaggio e una volta trovata la casa si imbatte in un legame amoroso con Saeko, la giovane donna che la abita insieme alla sua nonna. Saeko ha una particolarità: un’enorme quantità di acqua periodicamente riempie il suo corpo fino a raggiungere la gola. Per continuare a vivere deve fare qualcosa. Yosuke la nota la prima volta mentre ruba in un supermercato cosa che lei fa per liberarsi di piccole quantità d’acqua. Dopo essere stato adescato dalla donna, durante un rapporto sessuale, riesce a liberarla di enormi quantità d’acqua. Intimandole di non rubare più, l’uomo, si metterà “al suo servizio” rispondendo a ogni suo richiamo, dimenticando ogni sua responsabilità.

Yosuke e Saeko asciugano la stanza

Imamura si diverte a giocare con la sessualità in una commedia con una forte dose di onirico. Non dà al suo film alcuna pretesa di indicare una strada o criticare la società contemporanea. Quando lo fa, nei panni del clochard filosofo, tutto viene cancellato dall’assurdità di ciò che avviene intorno. Ogni personaggio è studiato per dare un senso scherzoso e assurdo a tutta l’opera e che paradossalmente ne aumenta il piacere nella visione.

Saeko richiede "l'attenzione" di Yosuke

La donna e l’acqua vengono ridotte, inoltre, al loro puro simbolismo. Prosperità la prima e vita la seconda. Sarà l’acqua di Saeko, infatti, ad aumentare il pescato dei tre grotteschi pescatori del ponte rosso.

Probabilmente non è il miglior film del regista giapponese più premiato al di fuori del suo paese, e paradossalmente neanche troppo conosciuto. Ma la piacevole ambiguità di questa storia d’amore che tocca il fantastico e l’onirico ne fa probabilmente un’opera degna di nota.

voto: 7/10

INFO: http://www.imdb.it/title/tt0289054/