Muriel. Il tempo di un ritorno [tit. orig. Muriel ou Le temps d’un retour] Alain Resnais (1963)

Boulogne-sur-Mer è una città situata nel nord della Francia. Bombardata durante la seconda guerra mondiale si mostra come un ibrido tra vecchio e nuovo (essendo per metà ricostruita) e un po’ come un limbo per i personaggi di questo film, impossibilitati a fuggire al proprio passato.

È proprio il passato a intervenire e invadere il presente. Alphonse, un vecchio amante di Hélène decide di raggiungerla a soggiornare da lei per qualche giorno (secondo la sceneggiatura originale sono 15 giorni, ovvero il tempo che scorre all’interno del film, nonostante non ce ne sia alcun riferimento esplicito). Questo amore romantico distrutto da una distanza causata in parte dalla guerra ha grosse difficoltà a riaccendersi a causa delle menzogne, gli appuntamenti mancati e un passato sempre presente e mai del tutto spento.

La mente traumatizzata di Hélène è metaforizzata dalla sua stessa casa. Il suo mestiere di antiquaria ci aiuta identificarla con il suo legame con il passato. Durante tutto il film la casa “cambierà forma” e ci sarà difficile orientarci al suo interno e trovare dei punti di riferimento. I mobili sono in continuo spostamento, in parte giustificato dal mestiere di Hélène che vende i suoi mobili antichi all’interno della casa e in parte ironizzato più che da lei stessa, dal film che fa continui riferimenti autoreferenziali:

Hélène: Mi dovete scusare per la casa. Ancora dopo due anni non sono riuscita a metterla a posto

La casa come la mente della protagonista; impossibile da vedere e comprendere nella sua completezza è una pratica non nuova in Resnais. In L’anno scorso a Marienbad la stanza di A mutava le posizioni della mobilia a seconda del suo stato d’animo.

Con Hélène convive Bernard, figlio dell’ultimo marito di lei. Bernard è reduce della guerra di Algeria. Ama in una maniera un po’ fredda Marie-Do, ed è ossessionato da una ragazza di nome Muriel.

Muriel è una metonimia o come direbbero i seguaci di Freud, uno spostamento. Rappresenta la mente traumatizzata di Bernard (non a caso Hélène rimarrà convinta che questo sia il nome della sua ragazza della quale non conosce altro) e che quindi ci viene mostrato come legato a un’ossessione.

Ma, chi era Muriel?

Una donna torturata a morte in Algeria da Bernard stesso e dai suoi commilitoni, tra i quali vi era Robert, accusato da Bernard di aver occultato il cadavere. Robert cerca in più modi di togliere questa fissazione dal suo ex-commilitone invano, probabilmente per interessi personali.

Il film è composto da due blocchi narrativi. Il primo e l’ultimo giorno del soggiorno di Alphonse. Il tempo che scorre è un montaggio veloce tra giochi autoreferenziali, dialoghi diegetici con il filo narrativo e altri completamente estranei o insignificanti.

“Viva la Nouvelle Vague” si sente urlare da una finestra. Bernard è in strada e si gira completamente stranito.

Cosa è, quindi, Muriel. Il tempo di un ritorno?

È un film saggio di altissima qualità sul tema della memoria. Tema che Resnais aveva già trattato in maniera differente in Hiroshima mon amour e L’anno scorso a Marienbad.

Senza dubbio un capolavoro, un viaggio nelle menti traumatizzate dalle guerre, ma sicuramente non di immediata comprensione.

VOTO 9/10

 

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Violette Nozière, Claude Chabrol (1978)

Violette Nozière è stata una nota criminale francese che nel 1933 venne arrestata con l’accusa di aver avvelenato e derubato i propri genitori.

Personaggio, quello di Violette, che richiamò una grossa attenzione pubblica tanto da ricevere elogi dai surrealisti che la videro come un modello di resistenza all’autoritarismo familiare e all’ipocrisia sessuale borghese. Divagando: a distanza di anni verrà omaggiata in Italia dal noto gruppo d’avanguardia Area nel brano Hommage à Violette Nozières; brano ispirato proprio dal libro di Andrè Breton, Violette Nozières dove l’autore raccoglie poemi suoi e di altri poeti surrealisti in difesa dei diritti di Violette.

Claude Chabrol, noto regista della Nouvelle Vague francese, accostato grazie a film come questo al genere thriller, evita di innalzare un personaggio già fin troppo idolatrato.

Rendere avvincente e privo di psicologismi stereotipati un fatto di cronaca non è poi una impresa così semplice. Nella storia del cinema e della letteratura la tendenza a romanzare, marcando una opinione diretta dell’autore sulle vicende, è un rischio piuttosto comune.

Chabrol evita tutto questo. Dà al personaggio Violette quella profondità psicologica e enigmatica che traspare dal conosciuto senza aggiungere altro e lasciando quindi i punti interrogativi aperti ad interpretazione. L’accusa di stupro da parte di Violette nei confronti del padre è l’unico elemento a essere in parte giustificato da una rivalità da manuale freudiano nei confronti della madre. Stupro che non viene mai esplicitamente negato e che rimane quindi, come già detto, un enigma aperto.

Le inquadrature risultano in alcuni casi caratterizzanti. Il continuo uso degli specchi, oltre a produrre in alcuni momenti un leggero senso di disorientamento da parte dello spettatore, sottolinea l’idea di Violette come di un personaggio doppio e innamorato del suo riflesso e quindi della sua ipocrisia. Concetto che traspare nel gesto del bacio dello specchio.

Voto 9/10